Il terzo pilota Ferrari, nativo di Martina Franca: “Test in pista e simulatore, sono migliorato. Che orgoglio accorgersi che un quattro volte campione del mondo come Vettel Sebastian si fidasse dei miei giudizi. E la Cina mi ha insegnato che…”

L’anno in panchina di Antonio Giovinazzi è stato tutto meno che noioso. Sarebbe bastato il contratto da terzo pilota con la Ferrari e il fatto di vestire la stessa tuta di Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen per riempire d’orgoglio chiunque. Ma il pugliese ha vissuto anche altre grandi emozioni. Dal debutto a Melbourne con la Sauber, del tutto inatteso se Pascal Wehrlein non avesse rinunciato per infortunio, al primo test con la rossa all’indomani del trionfo di Seb in Bahrain. Adesso manca il passo più difficile: trovare un sedile fisso in F.1. E l’unica possibilità sembra la Sauber motorizzata Ferrari. Per Giovinazzi si è mosso il presidente Sergio Marchionne in persona. Ma l’operazione implica che la squadra svizzera cambi status finanziario e societario, diventando un vero team B di Maranello, piano a cui si sta lavorando. Il vicecampione GP2 del 2016 affiancherebbe il monegasco Charles Leclerc, pupillo del vivaio del Cavallino, che pare abbia già firmato.
Molti hanno il dubbio che sia stato un anno perso, non avendo disputato un campionato completo. Giovinazzi che cosa risponde?
“Questa stagione mi ha portato più di quanto mi aspettassi. Ho corso in Australia e poi in Cina con la Sauber, sto disputando le prove libere dei gran premi con la Haas (guiderà anche questo venerdì in Brasile; n.d.r.) e ho provato la SF70H nei rookie test. Tre macchine, team diversi, tanti piloti con cui mi sono confrontato, un bagaglio di esperienza non indifferente. Senza contare il lavoro al simulatore con gli ingegneri di Maranello. Esco dal 2017 strapieno di informazioni”.
Le serviranno?
“Non nascondo che, dopo un anno fantastico in GP2, mi sentivo già pronto per correre una stagione completa di F.1. Però è andata bene anche così. Mi sento molto più preparato di quanto non fossi lo scorso inverno”.
L’esordio a Melbourne è stato perfetto, il doppio incidente in Cina da dimenticare. Passando dalla gloria alla sconfitta in due settimane, si è fatto un’idea di quanto possa essere spietata la F.1?
“Sapevo che non è un mondo facile. In Australia ho vissuto un grande momento, mentre giudico la Cina il peggiore weekend della mia intera carriera da pilota. Mi è capitato proprio sul palcoscenico più importante, quando avevo tutta la pressione mediatica addosso, però le critiche mi sono servite tantissimo. Ho capito che bisogna tenere sempre i piedi per terra”.
Spieghi meglio.
“Non voglio dire che mi fossi montato la testa. Ma forse in Cina mi ero prefissato degli obiettivi più grandi di quelli che potessi raggiungere in quel momento. Invece bisogna avere coscienza dei propri limiti e sapere che ogni cosa arriva al suo tempo. Se fossi rimasto più calmo, se non mi fossi caricato di aspettative eccessive dopo il 12° posto di Melbourne, forse sarebbe andata in modo diverso. La delusione mi è servita per crescere”.
È stato gratificato vedendo che il suo lavoro al simulatore trovava riscontro nelle scelte in pista di Seb e Kimi?
“È stato bellissimo che la Ferrari mi mandasse in fabbrica il venerdì, dopo le FP2 dei gran premi, per fare comparazioni e provare soluzioni diverse. Ma ancora più bello è stato accorgersi che un quattro volte campione del mondo come Sebastian si fidasse dei miei giudizi. Mi sono sentito davvero parte del team e valorizzato”.
Quando è difficile guidare queste F.1 con gomme larghe e tanta aerodinamica?
“Passare dalla GP2 a queste macchine, che si sono dimostrate le più veloci della storia, è stato un bel salto. L’aderenza e la frenata sono impressionanti. Il simulatore mi ha aiutato a trovare il feeling con i vari assetti e a imparare a gestire i comandi al volante, che sono infinitamente di più di una monoposto delle altre categorie. Però, alla fine, quando sono nell’abitacolo mi rilasso e mi viene tutto più facile, perché è il mio mestiere. Semmai è difficile gestire quello che gira intorno alle corse…”.
Come si considera rispetto a Verstappen e ad altri giovani nell’orbita dei GP, come Gasly, Leclerc e Norris, nuovo pilota di riserva della McLaren?
“Sono tutti avversari con cui mi sono battuto ai tempi del kart. Con Pierre ho anche lottato per il titolo GP2 fino all’ultima gara. Ognuno ha avuto la sua strada e le sue occasioni. Io preferisco prendere come punto di riferimento due campioni del mondo già affermati come Seb e Kimi, capire che cosa ho di simile a loro e dove posso ancora migliorare”.
Perché Giovinazzi si merita la F.1?
“Perché, come tanti altri, ho fatto grandi sacrifici per arrivarci, assieme alla mia famiglia. La F.1 non è il calcio, dove si può trovare sbocco in molte squadre, qui ci sono solo 20 posti al mondo. Però io ci ho sempre creduto, fin da piccolo, e il fatto di vedere piloti come Vettel e Hamilton che hanno raggiunto il successo partendo da zero, è stata una grande ispirazione. Posso dire che sto ancora vivendo un sogno. Da bambino aspettavo la domenica, davanti alla tv, per seguire Schumacher che vinceva. Ho sempre avuto il pallino della Ferrari. E quando ho firmato per il Cavallino non potevo crederci: sono un privilegiato. Nella mia carriera in monoposto ho fatto sempre una vita da “zingaro”: prima l’Indonesia con Gelael, poi la Gran Bretagna con Carlin e l’anno scorso a Vicenza con la Prema. Adesso vivo vicino a Maranello, sono quasi tutti i giorni in fabbrica in mezzo alle rosse, e mi sento a casa”.

Luigi Perna – “La Gazzetta dello Sport”