È stata emessa, nel passato mese di Febbraio 2019, la sentenza dell’Appello bis relativa alla maxi inchiestaPioggia d’Oro“. Un’indagine scaturita dall’indebito accapparamento di contributi pubblici (una truffa quantificata in circa 8 milioni di euro) finalizzati al risarcimento dei danni causati alle aziende agricole dalle calamità naturali, che vedeva coinvolti 16 imputati. Una truffa, lo ricordiamo,  di svariati milioni di euro, operazione orchestrata dal defunto dirigente del servizio agricoltura della Provincia di Brindisi, Vito Guarini di Cisternino.

Già nel Dicembre 2015 la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione, a seguito dei ricorsi presentati da tutti gli imputati, aveva annullato senza rinvio tutte le condanne relative al reato di falso per prescrizione. Relativamente al reato di truffa, la Cassazione, previa riqualificazione, aveva annullato con rinvio le condanne rimandando ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce, richiedendo quindi la modifica del reato contestato ai 16 imputati nei primi due gradi di processo, dal 640 bis (truffa ai danni dello Stato) a peculato.

E dunque, la sezione promiscua della Corte d’Appello di Lecce, ha rideterminato, riducendole considerevolmente, tutte le pene detentive nonché le confische relative ai sequestri eseguiti all’epoca dal Gip.

Un positivo risultato, dunque, ottenuto dal collegio difensivo che è composto dagli avvocati Mario Guagliani, Marcello Zizzi, Massimo Manfreda e Michele Fino, una sentenza che ha lasciato larga parte dell’opinione pubblica alquanto perplessa in quanto la somma complessiva sottratta indebitamente non era certo di poco conto. La sentenza fa insinuare, inoltre, una percezione di non linearità da parte della Giustizia Italiana nell’emettere (non solo in questo caso) giudizi di questo genere che, tra prescrizioni ed il naturale passare del tempo, scemano sempre sensibilmente. E, in relazione al tutto, una domanda nasce spontanea: così trionfa la Giustizia o l’Ingiustizia?

Di seguito, le pene riviste dalla Corte dell’Appello di Lecce.

Angela Cucci, 62 anni nativa di Fasano e residente a Cisternino (moglie del defunto cistranese Vito Guarini) è stata condannata a 4 anni e 7 mesi di reclusione. Precedentemente dalla Corte d’Appello era stata determinata la pena a 5 anni di reclusione; in primo grado, invece, era stata condannata a 9 anni di reclusione.

Anna Maria Carucci, 48 anni, di Ceglie Messapica, è stata condannata a 3 anni di reclusione (nella precedente sentenza di Appello era stata condannata a 3 anni e 4 mesi di reclusione, mentre in primo grado era stata condannata a 4 anni di reclusione).

I coniugi Martino Carucci, 53 anni, di Ceglie Messapica, e Domenica Prete, 48 anni, di Ostuni, sono stati condannati a 2 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno (precedentemente in Appello erano stati condannati a 2 anni e 10 mesi, mentre in primo grado avevano ottenuto una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno).

Pietro Carucci, 55 anni, di Ceglie Messapica, è stato condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione (nella precedente sentenza di Appello era stato condannato a 2 anni e 10 mesi di reclusione, mentre in primo grado la condanna era stata di 3 anni e 6 mesi).

Rosa Tommasina Montanaro, 81 anni, di Ceglie Messapica, è stata condannata a 3 anni di reclusione (nella precedente sentenza di Appello era stata condannata a 3 anni e 4 mesi di reclusione, rispetto ai 4 anni di condanna che le erano stati inflitti dai giudici di primo grado).

Per i coniugi di Pezze di Greco, Vincenzo Melarosa, 63 anni, e Cosima De Matteis, 62 anni, la condanna è stata di 3 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno (nel precedente secondo grado era stata di 3 anni e 10 mesi di reclusione; mentre in primo grado erano stati condannati a 4 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno).

Ad un anno e 15 giorni di reclusione sono stati condannati i coniugi di Montalbano di Fasano, Giovanni Laporta di 56 anni e Isabella Caramia di 52 anni (nella precedente sentenza di Appello erano stati condannati ad un anno e due mesi di reclusione ciascuno, mentre in primo grado la condanna era stata di 2 anni ognuna).

Salvatore Sollazzo, 55 anni, di Torre Santa Susanna, è stato condannato a 3 anni e 11 mesi di reclusione (nella precedente sentenza di secondo grado era stato condannato a 4 anni e 3 mesi di reclusione, mentre in primo grado la condanna era stata a 6 anni); per la moglie Palmira Monticelli, 54 anni, la condanna è stata di 3 anni e 6 mesi di reclusione (rispetto ai 3 anni e 10 mesi che le erano stati inflitti dal precedente secondo grado, e rispetto ai 5 anni e 6 mesi che le erano stati commutati con la condanna di primo grado).

Condanna a 2 anni e 15 giorni di reclusione ciascuno per i figli dei coniugi Sollazzo: Vito Antonio di 30 anni e Caterina Sollazzo di 33 anni (nel precedente Appello erano stati condannati a 2 anni e 2 mesi di reclusione, mentre in primo grado entrambi i fratelli erano stati condannati a 2 anni e 6 mesi di reclusione).

Salvatore Mazzotta di 68 anni di San Donaci, è stato condannato a 10 mesi e 15 giorni di reclusione (nella precedente sentenza di secondo grado era stato condannato ad un anno di reclusione, mentre in primo grado aveva ottenuto un anno e 6 mesi con la pena sospesa nel termine e alle condizioni di legge).

Infine per il figlio di Salvatore Mazzotta, Vito di 41 anni, anche lui di San Donaci, è stata confermata la condanna a 10 mesi di reclusione già inflittagli nel precedente Appello (in primo grado la sua condanna era stata ad un anno e 7 mesi con pena sospesa).

La Corte d’Appello, inoltre, ha limitato per tutti gli imputati la confisca già disposta dal Tribunale di Brindisi riducendo ulteriormente sia le somme che i beni confiscati in relazione ai reati non estinti per prescrizione, e per alcuni imputati (Giovanni Laporta, Isabella Caramia e Vito Mazzotta) ha revocato la confisca dei beni disposta dal Tribunale di Brindisi.

Infine la Corte d’Appello di Lecce ha disposto la estromissione delle parti civili che si erano costituite, ovvero la Regione Puglia e la Provincia di Brindisi.

Ora il collegio difensivo attende di leggere le motivazioni della sentenza per valutare una eventuale ulteriore impugnazione in Cassazione. Insomma, l’inchiesta che era stata definita (sin troppo pomposamente viso come sta andando a finire) PIOGGIA d’ORO, con il passare degli anni, è risultata essere una piogerellina di poco conto. Una tempesta giudiziaria che, all’infine, ha favorito chi, comunque e sempre in forma truffaldina ed illegale, ha pensato ed organizzato un’operazione ai danni della Cosa Pubblica e, in pratica, a quegli Enti Pubblici (e onesti cittadini/contribuenti) che, chiaramente e sin troppo evidentemente, hanno subìto un ingente danno erariale anche da parte di personale non degno di essere definito tale (così come di coloro che, quasi  certamente in un qualsiasi diverso ruolo avuto nella faccenda, hanno permesso e/o coperto tali illegalità).